"Ti faccio una poesia"

Margherita Delpiano

Poesie, scritti (1986-1989)

Presentazione e coordinamento editoriale : Maria Silvia Caffari - Prefazione di Beppe Mariano

Edizione Il CARAGLIESE

Fotografia di Giuseppe Luccarelli

Sessantasei anni fa nascevo lassu' alla "Vola"
Chiamata con questo nome era una casetta nascosta fra gli alberi.
Noi della famiglia eravamo i "Vola". Si disse che questo soprannome ci venne affibiato per il nostro carattere (dei nonni e forse dei bisavoli) per il carattere molto volubile.
Infatti ho conosciuto la nonna paterna, cosi' volubile da non stare ferma un attimo sopra un pensiero. Anche mia zia Clara, eguale a sua madre. Mio zio Giovanni....anche lui "volante".
La casetta "Vola" adesso é tutta coperta di rovi e di ortiche. (7 aprile 1987
)


Quegli occhi

Quegli occhi
Che conoscevano le attese vane,
Delle albe pungenti il loro squallore.
Il moi letto era ancora intatto
Eppure tu lo rassettavi.
Dal vano della porta
Il mio sguardo era truce.
Un po' curva ti allontanavi
Io piombavo in un sonno pesante.

Piu' tardi ti avvicinavi a me,
Discreta
Per dirmi che la cena era pronta.

Quegli occhi che ormai sono spenti
Quegli occhi che nel deserto,
Cercavano l'acqua per dissetarsi
Quegli occhi erano di un povero mendicante
Che all'angolo tende la mano
Ed un brillio di speranza li accende,
Per morire di dolore.

Di quell'acqua che dissetar ti poteva,
Or me ne avanza
Di quel pane che poteva sfamarti,
Ne ho colme le ceste
E non so più che farmene di tanto,
E me ne tormento.
Poveri quegli occhi che un di' si sono spenti.

Il nero vestito

Come eri soave
Nel tuo nero vestito
Conservato sol pel di' della festa

Fanciulletta
A Messa ti accompagnavo
Ammirata per la regal forma
Che ti donava.

In Chiesa ancor grazia acquisivi
Con il rosario congiunto nelle mani
che ai miei occhi
Parevan lunghe e diafane mani,
che vedevo sol ai Santi.

Come avrei voluto
Fermar il di' della festa
Per non vederle cangiare in mani operanti.
Ed il portamento cosi' regale
Non piu' incurvarsi
Alla fatica dei campi.

Il grigio vestito

Quel grigio vestito
dal tempo sbiadito
con quelle toppe
dalle tue mani cucite

Te lo toglievi
soltanto nel di' di festa
per vestire l'abito nero
e andare
in chiesa.

L'indomani
nel tuo grigio vestito
ritornavi
a incurvarti
alla fatica
dei campi.

Quei due vestiti
sono per me
un dolce rimpianto

L'abito nero

L'abito nero
passava leggero
lasciando una
scia di primavera

In chiesa
era diretto
con il rocchio
bianco splendente
in testa

Lo guardavo
dalla finestra
finché lo vedevo
sparire

A casa
ritornava
leggero
inpregnato d'incenso

Sapeva
di una divina
presenza

Il tempo remoto
mi torna
alla mente

per quell'abito
nero
e quel profumo
d'incenso.

Soltanto piu' i tuoi vestiti

Soltanto piu'
i tuoi vestiti
ho ritrovato
lisi e rattoppati
con l'odore
del tuo lavoro

Mi parlano
del tuo abbandono
per un viaggio
senza ritorno

Gridai il mio
dolore
al quale rispose
il miagolar
dei gatti
sul cortile
unito al dolor
delle galline
che per il vuoto
si eran fatte
vicine

In tanto
abbandono
l'anima mia
s'é consumata

Seppi che
non saresti
piu' tornata


Padre,

Troppo giovane mi hai mandato a servitore.
Era un'alba chiara d'estate,
Con il fagottino dei miei stracci legati
Padre, dietro ti andavo
Ti guardavo la nuca e ti odiavo.

Madre, dal fondo della via, piangeva
E mi guardava andar via.
Con gli occhi puntati ai miei zoccoli,
Non mi sono piu' voltato.

Passando davanti alla scuola,
I miei zoccoli si sono fermati
Ho guardato i vecchi platani,
La finestra, il mio banco,
Ho immaginato la mia maestra
Vecchia e stanca, seduta alla cattedra.

Un magone mi é salito alla gola,
Non l'avrei piu' rivista
Due giorni prima l'avevo accompagnata al Camposanto.

Padre,
Ti sei voltato, mi hai chiamato,
"Vieni Toni"
una lacrima salata mi é colata in bocca,
si é fermata nel cuor, amara,
per la mia fanciullezza che si allontanava….

Con il fagottino dei miei stracci legati
Le zoccole piu' grandi del piede
Padre, ti andavo dietro
Verso la Piana, giovane e disperato......

Al Padre

Tu che ti sentivi incombrante in ogni cosa,
Timido arrossivi della tua grossa voce
Protetta si sentiva la mia piccola mano
Nella tua mano grande.

Il nostro colloquio sol avveniva
Per mezzo dello sguardo.
Un mondo di carezze e di baci
Non avrebbe compensato
Quel nostro colloquiar muto.

Padre, troppo presto ti ho veduto
Nella lapide del Camposanto.
Mai avrei immaginato
Che il tuo grande cuore
E la tua smisurata volgia di amare
poco e nuda terra
potessero bastare


La polenta

Curva al focolare
L'occhio tuo é vigile
Al paiuolo
Ove l'acqua già gorgoglia

La man tua
Di baston si arma,
Mentre ti accingi ad adoperarlo,
Con l'altra man farina getti
Finché l'acqua impazzir non vedi

Prepotente si fa il bastone
Mentre questa già borbotta
Non badi alla fatica
Finché non la vedi ammansita.

Soddisfatta della forma desiderata
Alla madia la butti all'appiallato
Ti fai all'aia,
Con la mano al portavoce
Chiami i commensali.

La macchia te li rende
Armati di vanghe e tridenti,
Schiaccian l'aria
Con passi lenti.

A man le ciotole
Sparsi, silenti,
Voraci consumano la tua fatica,
Saziati cercano l'ombra al porticato.

Tu rasserenata a tal visione
Alla madia rivolti l'appiallato.

l pascolo

In fondo all'aia
Sedevi stanca sopra la panca
Circondata dalla nuova covata ti deliziavi ad indovinare
Chi fosse gallo e quale gallina.

A lor ti rivolgevi con voce gentile.
Secco il rumore ti giungeva dalla stalla
Delle catene tirate dalle giovenche.
A fatica lasciavi il trastullio dei pigolanti.

La tua voce si faceva sgarbata
Rivolta ai ruminanti
Che per la premura della pastura
Si facevano scalpiccianti.

Con " l'arma in man " partivi per domarli
Nella calura i tafani ronzanti
Invadevano la schiena dei ruminanti.
Questi sbizarriti correvano lontano.

Con " l'arma in man " li minacciavi
In lontananza l'arma aveva perso valore
Al sole calante,
Miti pascevano i ruminanti.

Tu potevi beatificarti
Nell'aria lontana
A sera paga il tuo Signore ringraziavi
Per la presenza delle giovenche
 Beate, distese sulla littiera.


Margherita, a sinistra, ed Anna

Ad Anna

Quel tuo muco
dal tuo naso caduto
sul bianco colletto
del grembiule di scuola

Quel muco asseccato
da te insospettato
da me taciuto
per puro dispetto.

I nostri compagni
ti avrebbero deriso
e non piu' guardato
le tue gote di velluto.

Passato é mezzo secolo
sedute vicine
con tante rughine
mi vien da pensarti
con il nero grembiule
e il bianco colletto
con il muco taciuto.

Ti confesso
il mio dispetto
tu indulgente
sorridi

Ad Anna II

Anna eri bella
inginocchiata al ruscello
l'acqua ti rispecchiava
mentre lavavi i panni

Da sotto l'ala del cappello
che ti riparava dal sole
spuntavano due stelluccie.

L'ombra pennellava
le tue gote di velluto
la bocca tua vermiglia
si confondeva in tanta luce.

Nelle serpeggianti viuzze
incantate da fiori e pietruzze
Scendevi correndo
con gioia avvertivo il tuo arrivo.

.
Correndoci incontro
bisbigliavamo all'orecchio
qualcosa di segreto.
Dandoci mano correvamo nel bosco
fra sussurri di uccelli
e muovere di fronde
confidavamo i nostri primi palpiti
un poco arrossendo.

Or sedute vicine con tante rughine
ci vien da pensare ai tempi lontani
e malinconiche ci sorridiamo.

Ad Anna III

L'infanzia ormai lontana
eppure la ritrovo
nei tuoi occhi calmi
nel tuo incedere stanco
nel tuo sorriso mesto
e mi domando
se eterno é til tempo.

Anna


A Pietro

No, tu non vuoi ancora lasciare
la tua casa, lasciare i gatti,
la chiocciola spennacchiata
e molto vecchia
con i suoi figli già cosi' grandi
da potersi governare da soli,
che al mattino cantano rauco
quel canto angoscioso
che ti fa morire poco a poco,
quel silenzio distruttivo
ma cosi' vuoto ma cosi' pieno.
Cose che aleggiano nell'aria
che é stanca si supplicare
e tu la stai ad ascoltare.
Pietro, Pietro é difficile
lasciare questa aria tormentosa
che fin dall'infanzia ci perseguita
e ci fa schiavi. Difficile lasciarla perché
essa ti attorciglia fra le sua braccia scheletrite
e pur forti da portarti fino alla morte
senza che tu possa reagire
Lo so Pietro che ci vuole tanta forza
per lasciare la terra nostra. I nostri avi
si raddrizzano nelle loro vesti mortali
e gridano e gridano
e tu li senti che soffrono e si disperano.
Tu non puoi distaccarti.
La odi la ami.
Finché sopravvive la distruzione
come fece Ricciotti (il tuo amico) che torno'
quasi moribondo. Ma la sua terra chiamava
e lui ancora rispose al suo richiamo
finché venne il rigetto di sopportazione.
Finché dovetterlo menarlo via
dalla disperazione
della terra che ancora lo chiamava.
Ma lui difendersi piu' non poteva
lui era già terra della sua terra
confondendosi con lei poté
partire. Ma quale strazio
bocca mortale non lo puo' dire.
Coraggio Pietro, non tutti hanno
il privilegio di avere una terra
coma la nostra. (24.10.1989)

Il fratello Giovanni (Pietro)

Giovanni (Pietro)


Il comignolo fuma

Da lungi vedo il comignolo fumare
allungo il passo,
sul tagliere trovero' la polenta calda ;
accanto alla rossa brace
il pentolino di terra cotta
con dentro il sughetto rosso.
Mia madre amorosa mi offre
la ciotola con dentro tre fette di polenta
coperta di sughetto rosso.

Il comignolo piu' non fuma
la brace é ancora ardente,
i nostri corpi da quel calore
ricavano il buon umore
e nuove energie
per tornare sui campi a lavorare.
La madre colorito ha il volto
toglie gli ultimi residui di polenta al paiolo
già pensa alla polenta che cuocerà l'indomani
e seguiranno gli stessi riti, eguali passi
muoveranno verso i campi.
Là dove la speranza mai muore.

Dolce povertà

Dolce povertà
fatta di polenta e di castagne.
La madre pelava e ce le donava.
(Una a te Maria, l'altra a te
Giuseppe, tieni Carlotta...)

Come erano amorose le tue mani
intente a donare.
Fievole il lumino appeso
a mezzo la trave,
nella penombra densa di mistero
il grembo della madre
si riempiva di briciole.

I nostri visi attenti
che ognuno avesse la sua parte.
La madre a nessuno faceva torto.
Dolce il ritornello...
Nel paiolo svuotato dalle castagne
l'ultima acqua si consumava.

Si spegnevano i tizzuoli
al focolare.
Il lumino appeso a mezzo la trave
aveva un tremolio.

Ampio si faceva il grembo
della madre
alle nostre testine reclinate dal sonno.

 

 

Canto fanciullo

Bimba gracile crescevo
A stento e pallida
Nell'abito perlaceo.

Delicate le mie braccine
Si stringevano al tuo seno
Che aveva lasciato al tempo
L'oro del frumento.

In gramaglie e inconsolabile
Piangevi il mio perduto padre
Sol per mé serbavi
Un sorriso pallido
Sulle tue labbre tremule.

Sull'alto piano, a stento
Cresceva il frumento
Con lo sguardo malinconico
Guardavi a valle
Biondeggiar le altrui messi
Un lungo sospiro usciva
Dal tuo magro petto
Donde sopra tenevi
Un abito dimesso,
I capelli tuoi sciupati,
Di te eri dimentica.

Solo occhi tenevi
Per me e quelle capre
Che portavamo sul monte
A riempir la pancia
A saltellar un poco.
Felice nell'aria azzurra
Raccoglievo profumati fiori
Te li offrivo con amore
Per cogliere il tuo sorriso
Ed eri bella ancora!

Ridiscendendo il pendio
Carica della tua gerla
Con le erbe unite,
Una scia ti lasciavi dietro.
Seguendoti nei castagneti
Mi divertivo alle nostre ombre buffe.

Or ti addoloravi
Per quelle spennacchiate gallinelle
Che uova non avrebbero piu' dato
Fino a primavera.
Marzo scioleva la neve
Nel pollaio cantava
La gallinella rossa
E tu benedicevi il cielo
Che con l'ovetto
Sarei diventata rosea e bella.

L'autunno si annunciava
L'aria sapeva di mosto
Ed io a scuola andavo
Con la cartella cucita
Dalle tue mani, nelle sere
Quando stanca riposavi.

La domenica in chiesa
Ti guardavo andare
Soave e grave
Nel tuo abito nero
Bella e buona eri.
Come avrei voluto
Fermare il di' di festa
Per non vederti piu' incurvare
Alla fatica dei campi.

Per risparmiare
Poco olio mettevi nella tua lanterna
Badando allo stoppino
Che non fosse troppo alto
Che non spandesse olio invano.
Al fievole lumino
Com'eri dolce, Madre.

Scendeva la notte
Con te accanto sulle folie morte
Ascoltando lo stridere della civetta
A te mi avvicinavo
Mentre già tu stanca riposavi
Per il lungo lavorar del giorno.

Or già ti sorpassavo
Ci parlavamo come sorelle
Assieme cantavamo
Le canzoni d'amore.

Un' aurora mi trovo' già donna
Cantar con te sola
Non mi bastava
Ti lasciai, dimentica.

Dimenticata imbianchivi
Scarne erano le tue gote
Il coraggio mi mancava
Per dirti che presto ti avrei lasciata.

L'alba radiosa
Mi trovo' vestita da sposa
E tu che mi guardavi
Con il tuo sguardo vuoto
Che mai piu' avrei scordato.

Il fior della tua pianta
Si era ormai staccato
Tu spandevi lacrime
Sul terreno arido.

Sempre più bianca
Ti avrei ritrovata
Con quella piega amara
Ai lati della bocca
Che io ti avevo lasciata.

Di te ti eri scordata
Accanto alla tua ombra
Camminavi stanca.

A quell'ombra,
Come avrei ancora
Voluto dar vita
Ma sempre piu' si allontanava.

Madre, con tutto il moi amore
Giorno dopo giorno
Ti costruiro' ancora.

Quel grembiulino
che davanti tenevi
sapeva di stantio
di covato, madre,
pure di santo,
mi accoccolavo dentro con piacere.
Mi feci i miei sonni piu' belli

La fontana piccola

Quel gocciolio
della piccola fontana
molto tempo richiedeva
ad aspettare

Diritta, madre,
con a man le secchie
paziente ti apprestavi
mentre lontano l'occhio
tuo vagava

Tanta speranza vedevi
in quella lontananza.
Non ti accorgevi
che sola soridevi.

Il ruscello

Cantava il ruscello
per quella madre
che sola piegata
lavava e pregava.
Al ruscello

Ti vedo, mamma,
al ruscello
inginocchiata
fra i cicalecci
delle comari accanto,
fra una camicia
e un calzino sbatacchiato
menavan la lingua
indietro e avanti.
Tu tacevi
per parlar
sol du qualcuno
in bene.

I buoi

Ai buoi troppo pretenziosi
come serva ti apprestavi

Odiavo quelle lunghe corna
quella grama terra
che rubavano a te
l'étà piu' bella,

per vederti sciupata
e curva, serva
ai buoi ed alla tua terra


Il catechismo

Tutte le mattine
La campanelle della chiesetta ci chiama alle sette.
Sull'acciottolato
Il rumor secco dei zoccoletti.
Pungeva il freddo sopra il piazzale
Trapassava i ruvidi panni.
In Chiesa si entrava dove la Lena
Ci attendeva pregando.
Come ci vedeva diventava raggiante
La lezione cominciava zelante.
Prima domanda :
Dov'é nato il Signore ?
A Bletlemme !
Si rispondeva in coro…
Le nostri voci erano incolori.
Al nostro tatto tutto era gelato
Perfino i Santi
Stavano intirizziti dentro le nicchie.
Solo la Lena non sentiva freddo
Il suo sorriso non veniva meno sul mistico viso.
Terminata la lezione
Dietro la Lena in grande genuflessione
Rompendo il ghiaccio nel benedettino
Per l'ultimo inchino
Storditi, infreddoliti
Lasciavamo la Chiesa per entrare in scuola.
Solo la Lena rimaneva a pregare
Nell'ombra fredda.

I rintocchi della messa

Gli ultimi rintocchi
della campana annunciavano
che la messa cominciava.

Il tuo lungo passo
mi incitava a camminare in fretta

Nella penombra della chiesetta
accanto a te genuflessa,

a capo basso nel banco
con te accanto recitavo
le mie orazioni.

Tu tanto pregavi
come chi ha tanto peccato
e deve scontare
per sentirsi con Dio
riconciliato.

Da tanta grazia ero toccata.

Dietro te rincasando
la mia anima era leggera.
Camminavo
e mi pareva di volare.




All'amica Roberta

Il tiglio é in fiore esala un dolce odore
 
mi porta indietro nel tempo
 
quando fanciullette
 
si giocava insieme.

Tutte le estati
 
venivi dalla Francia
 
per cambiare aria
 
qui io dimoravo
 
Patria pure dei tuoi avi

I primi giori
 
un po' riluttanti
 
per il parlare nostro diverso
 
ma in breve tempo
 
tu parlavi il nostro dialetto 
 
ed io mastivavo un po'
 
de tuo francese.

Corriamo lungo i sentieri
 
cosparsi di fiori
 
ne formiamo grandi mazzi
 
la tavola se ne rallegra.

Siedi alla mia parca mensa
 
ricambio cosi' l'invito 
 
al tuo desco piu' fornito

Nella tua bella casa
 
perdo la nozione del tempo
 
mi chiama mia madre
 
nel fondo dell'aia
 
mi chiama per andare
 
a pascolare la vacca.

Nel confronto della mia vacca
 
ti senti un po' impacciata
 
ma prendi domestichezza
 
e le accarezzi il collo.

Quante scalate
 
su per valli e monti
 
divorando fette di pane
 
con burro e zucchero.

Fanno capolino
 
e ci riempono di mestizia
 
le ombre settembrine.

Tacito si fa il tavolino
 
dove tua madre siede con il cucito.

Tuo padre segna
 
con una foglia gialla
 
una pagina del libro.

Arde la legna nel camino
 
sono i primi freddi fuochi.

Sento allontanarsi le nosri voci.
 
Già piu' non appartenete
 
alla Patria dei vostri Avi.

Il carretto colmo di valigie
 
aspetta l'asino
 
che lo porterà alla stazione.

Le nostri voci hanno
 
un suono vuoto.
Leggo nei tuoi occhi
 
la stessa pena mia.

L'asino va piano
 
e io mi torturo
 
che fra poco svolterà
 
all'angolo.

Marena ancora si volta
 
nel suo cappell allegro
 
tira tuo fratellin per mano.

Tu svolti all'angolo
 
senza voltare il capo
 
e io mi asciugo le lacrime
 
che mi bruciano gli occhi.

Ora la tua casa é vuota
 
piena di ricordi.

In questa aria
 
senza tempo
 
sotto il tiglio in fiore
 
io ti ritrovo


Anche allora era Maggio. Ero giovane, vestita di straccetti andavo a pascolare, era l'ora perché il cucolo sui monti cantava.
Con la mia vacca che si chiamava Rosa, lieta andavo e cantavo. Ora sono qua, chiusa in una stanza, tanto sono stanca che non ho nemmeno piu' voglia di pensare. Pero' devo ammettere che se canta un uccello mi dà ancora gioia, se passa un corvo gridando mi fa ancora venire la pelle d'oca per il piacere. Finché la natura parla al mio cuore, lodato sii o Signore (23.5.1986)

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....Io ti guardavo quelle ciglia ancora folte, ancora nere. Ancora pareva che alle volte tu fossi molto giovane, ancora Partigiano, che da Rittana scendevi a trovarmi al Burgiacu dove io pasturavo la vacca, le capre e
le pecore. Tu mi avevi raccontato che eri un capitano. Io avevo avuto per te una grande ammirazione. Un giorno ridendo mi dicesti che non eri il Capitano Tito ma solo un semplice partigiano che lottava per la Libertà della sua Patria. Ti volli piu' bene ancora. Eri per me piu' avvicinabile, ammirai di piu' la tua barba rossa e le tue folte ciglia nere.

O partigiano, bel partigiano..... (seduto, Valentino)

_________________

Era Settembre 1945
Sposi novelli si era
con tante speranze, tanta
povertà;
Ma nulla ce ne importava.
Finita era la guerra
si era in piena libertà.
Avremmo affrontato fame e fatica,
abituati eravamo già,
per questo combatteremmo
ancora. Non era piu'
la guerra, era la fame !
Trovato un lavoro
la sconfiggeremmo
La guerra ci aveva preparati a tante cose,
percio' tutto superammo
con tanto coraggio
finché ci fosti tu
accanto
Maritate le nostre due figlie
con un po' di pensione
si viveva tranquilli. Poi....
Fatalità

Valentino

Valentino


Alla Signora

Il berretto civettuolo

Il berretto civettuolo
e lo specchio
di tante
tue immagini
riflesse

Or ammagliante
ora romantica
or perfino
un poco scaltra
capricciosa deliziosa
birichina
ti rivela
ancor bambina

Quel berretto civettuolo
tiene in serbo giovinezza

Trent'anni dopo

Le ciocche ancora rosse
ancor belli gli occhi
or verdi chiari
or verdi cupi
sottile il vitino
vestito ancora
del tailleur d'allora.

Il pioppo é l'eguale
vestito di giallo.
Le ville ancora fiorite
pero' smarrite.

Rinnovammo con gioia
i tempi di allora
lo scenario era
lo stesso
di trent'anni
addietro.

 

Voci

Care voci tornate a cercarmi
ognuna é al posto caro
e nell'ora giusta
nell'aria ferma
soffusa di profumi
tornate in un giorno di primavera

Tempo remoto

Sbiancate le voci
del tempo remoto
si perdono
con il lamento
del vento

Ombre

Ombre melanconiche
avvolgono la vite
spoglia.
Foglie morte
giacciono ai suoi
piedi
coprendoli di mistero
di silenzio

Odor di paglia

Odor di paglia
nelle narici
corpo adolescente
su un letto sciancato
In queste ore cupe
mi tornate alla mente.
Non vi ho mai cosi' possedute,
cose passate.


Giovanna, Roberta, Adrien, Notu, Anna e la figlioletta Yvette, Marraine, Antonio e Pinotu (fotografia Giuseppe Lucarelli)

Porcili dell'infanzia di Margherita (Fotografia di Giuseppe Lucarelli)

Marraine, Giovanna, Roberta, Adrien, Peppino

Margherita, Adrien, Roberta, Giovanna, ?, Marraine (fotografia Giuseppe Luccarelli)

?, Giovanna, Adrien, Anna, Roberta, Marraine (fotografia Giuseppe Luccarelli)

fotografia Giuseppe Luccarelli

La processione a S. Anna

Giovanni (Pietro), Virginia, la mamma di Virginia, Margherita, Rosi (la madre)- fotografia Giuseppe Luccarelli

Giovanni (Pietro)

Anna al centro, alla sua destra il padre ed il fratello Giuseppe, alla sua sinistra ma madre e la sorella Caterina

Pinotu, Mariett, amica che ritroviamo nella "Tabacchiera" e la loro figliola

Lo zio e la zia dell'America colla nonna materna

Lo zio e la nonna dell'America

 

Margherita DELPIANO

Presentazione di Maria Silvia Caffari

Margherita Delpiano é nata il 7 aprile 1921, a Sant'Anna di Bernezzo, nella Borgata Porcili. Vita contadina al ritmo delle stagioni, in un mondo quasi isolato dalla storia ma immerso nella natura.

Margherita frequenta la scuola fino alla terza elementare. E' una bambina delicata a cui non sfugge nulla di cio' che la circonda, per lei é sempre tempo presente in cui assorbire il piu' possibile dalla vita e dai rari libri che ha fortuna di leggere.

Un giorno, mentre é al pascolo conosce un giovane partigiano Valentino Dalmazzo Giordanengo, sceso giu' da Rittana. E' il 1944, Valentino viene tutte le sere a trovare la sua bella Margherita, una ragazza minuta, gentile, speciale, con i capelli rossi e tante lentiggini, che Valentino mai aveva visto prima. Incominciano le prime visite alla famiglia di Margherita, a mamma Rosa e al fratello Giovanni, che lei nelle poesie chiameà Pietro.

Speciale Margherita anche in questo : sia nelle poesie sia nei diari, tutti i nomi di famiglia sono stati cambiati, forse per discrezione, e forse - chissà - già presagendo che qualcuno oltre lei stessa avrebbe letto i suoi scritti. Margherita e Valentino si sposano il 1 settembre 1945. L'avventuroso viaggio di Nozze a Milano in quel povero dopoguerra, viene raccontato con elegante ironia nei diari. Stupisce come la felicità della giovane sposa conviva con la sofferenza per la separazione dalla madre, alla cui bellezza fisica e spirituale Margherita dedica tante poesie. I giovani sposi vanno ad abitare sulla collina di Monserrato.

Tra il 1946 e 1947 nascono le due figlie Rosanna e Marilena.

Da Monserrato scenderanno a Borgo San Dalmazzo, dove Margherita vivrà, al sesto piano di un palazzo, in un appartament vicino a sua figlia. Margherita legge e scrive, quasi tutti i giorni ; i i ricordi sono suoi compagni, amici fedeli, ed é sorprendente come riesca a conciliare, sia pure faticosamente, doveri casalignhi con il bisogno dello spirito di raccogliersi, conoscere, contemplare ed esprimersi. La scrittura per Margherita significa tutto questo ; il tavolino multiuso é la zattera di salvezza sospesa sull'infinità des suo cielo interiore, e come la poetessa russa Marina Cvetaeva, Margherita dedica al suo tavolino di scrittura une bella affettuosa poesia.

L'infanzia é l'isola dei sogni ricorrenti, l'étà piu' bella vissuta in semplice povertà, ma ricca di affetti e di tanta natura in ogni suo aspetto. Nostalgia ? Non é esatto : gli scritti di Margherita non sono classificabili come letteratura della nostalgia, di cui abbiamo oggi troppi esempi nei tanti scritti del ricordo, i piu' a perdersi nel rimpianto del tempo passato, per incapacità di vivere il presente. Mai autocompiacimenti, mai automatismi di autocommiserazioni, per gioie e dolori vissuti, l'intelligenza di Margherita controlla con serena ironia ogni emozione, e disegna con le sue semplici ma mai banali parole, tanti piccoli mondi, (piccoli ?), con storie capaci di tener testa alla Storia.

Margherita amava già da piccola leggere, avere tra le mani un libro era il soddisfarsi di un grande desiderio : i libri, i classici del pensiero, della letteratura, quando le sono passati vicini, lei non li ha guardati passare, li ha afferrati, ne ha trattenuto pagine che sono state alimento alla sua anima gigante ospitata in un corpo minuto. Margherita sembra essere stata toccata da una grazia particolare, quella di saper vedere oltre le apparenze.

A questo dono speciale, risponde sviluppando le sue capacità innate con perseveranza e fervida partecipazione alla vita in tutte le sue incombenze e intemperie. Cosi' Margherita sa scrivere di tutto, del bello e del brutto, della felicità e dell'infelicità, di storie personali e di storie del mondo in cui vive (molte pagine del diario registrano avvenimenti contemporanei : viaggi del Papa, terremoti, guerre, attentati....), e sempre c'é partecipazione e un sorriso che salva, autorizza la speranza, e motiva fede nel Signore, a cui Margherita rivolge parole poetiche di ringraziamento. Eppure sono molti, e sono fedelmente annotati, i momenti di dolore, di smarrimento, di ribellione, fino al margine della disperazione. Poi, fantasmi benevoli attraversano le stanze poco illuminate di Margherita che ora non puo' piu' leggere e scrivere perché i suoi occhi si sono ammalati

Gli amati trapassati allungano gentili le loro ombre. Margherita li riconosce e, rassicurata, a loro dedica ancora poesie con la mente.

Da molto tempo conosco e amo le poesie di Margherita, da quando ne ho letto alcune pubblicate si "Il Caragliese" (già negli anni 80). E, mai ho abbandonato la speranza di vederle pubblicate.

Ora, grazie a Hulot, associazione culturale vicina alla civiltà alpina, e al giornale "Il Caragliese", si realizza quello che sembrava soltanto piu' un sogno.

Sono stupita e felice. Margherita é la prima ad essere stupita, e stupiti sono i suoi famigliari, all'inizio perfino increduli, quasi fosse extraordinaria, immotivata e impensable tanta attenzione alla scrittura di Margherita Delpiano, la piccola signora, mamma e nonna, che non esce mai dalla sua casa, ormai da molto tempo.

La sottoscritta ringrazia tutti quelli che hanno reso possibile questa pubblicazione.

Maria Silvia Caffari


Prefazione di Beppe Mariano

Margherita lunga vita

Un diario in versi in lingua italiana e piemontese, che accompagna la già lunga vita di Margherita e ne scandisce i momenti memorabili degli affetti. A cominciare dalla madre, il cui ricordo é ricuperato vivamente tra i tanti risvolti della loro giornata contadina e montanara. La ricorda filare la lana, adoperare rocchio e fusetto, rimestare la polenta nel paiolo ("la dolce povertà fatta di polenta e castagne") e perfino alla cerca delle pulci sul suo corpicino di "bambina fragile".

Ora la rievoca piegata sul rio a lavare panni, ora "serva ai buoi e alla terra" che la rendevano "sciupata e curva" (per questo Margherita ricorda l'odio che provava per i buoi che sembravano pretendere di farsi accudire, neanche fossero dei grandi padri).

La bambina segue la madre tante volte "carica della sua gerla" nei castagneti, nei viottoli della loro vita. La segue con grande semplicità, in tante occasioni, secondo il proposito di scrivere di lei, che Margherita si é data sin dall'inizio del diario. Allo stesso modo ricorda se stessa bambina, dare e ricevere affetto dai suoi animali che la impegnano nella pastura : la vacca Rosa e la capra Bianchina.

Si vede piangente perché il suo pollo rosso é stato dalla mamma sacrificato per qualche ricorrenza familiare. Ammira i canarini cantare felici nonostante sia una sola foglia di insalata loro concessa.

Ama il cane, Mir, bel riccioluto, benché sia invaso dalle pulci. Già, le pulci....la loro presenza é costante nella casa e negli animali : dalle loro piccole cacche alle macchie che lascaiano nelle lenzuola, agli eritemi che ne derivano sul corpo di lei bambina.

Le pulci sono forse citate per la prima volta in poesia senza pregiudizio moralistico, giacché sono natura e fanno parte della vita e come tanti hanno... diritto di asilo. Anche la mosca ha tanta parte del suo diario. Talvolta la invoca addirittura giacché "una mosca sola fa poesia, molte fanno disordine". A tal proposito, é apprezzabile la coraggiosa sensibilità della seguente annotazione : "....aspetto la mosca che ritorni. In questi giorni prenderà freddo e verrà a svernare con me

Vieni vieni mia moschina, tu sporca e noiosa, io vecchia e odorosa, ci faremo compagnia".

Margherita passa poi a ricordare felicemente il padre (molto bella é la poesia a lui intitolata) nella cui grande mano la piccola sua si sentiva protetta. Rievoca infine e il marito. Ricorda la sua vanteria di presentarsi a lei come comandante partigiano ; ma sopratutto ricorda di averlo amato quando ha infine ammesso di esse un seplice partigiano.

Lo rievoca mirabilmente mentre scende, come diceva Beppe Fenoglio, dalle sue arcangeliche alture, fino al pendio tranquillo della sua pastura con Rosa e Bianchina, controllati con diligenza da Mir.

Forse non era mai successo, o perlomeno raramente, che una sensibilità poetica si soffermasse su esseri umani e animali (anche i piu' minuti, o i piu' infimi) annotando di volta in volta il loro intrinseco rapporto tra uguali.

In effeti, la vita di campagna, quella che Giovannino Pascoli tanto esalto', cogliendola tuttavia da letterato super partes, essa é qui descritta non già per mezzo di una ricerca metrica compressa, ma spontaneamente ; non già da un osservatorio privilegiato, ma dal suo esser dentro la vita contadina stessa con la sua primordialità e i suoi sentimenti basilari.

Anche l'assunto da cui Margherita é partita, quello cioé, di "colorare la vita perché non sia troppo amara", la pone al riparo dai crucci intellettualissimi del pensiero negativo.

I suoi versi semplici e ingenui rappresentano, nella estenuata complessità della cultura in cui viviamo, una benvenuta rinfrescante sorgiva : dove si puo' ancora fiduciosamente bere al modo contadino di una volta, con le mani in coppa, come mio padre stesso mi insegnava.

Beppe Mariano


Articoli parsi nel Caragliese del 27/05/2010 : Maria Silvia Caffari e Carlo Luigi Torchio :aprire il formato pdf

Articolo di Carlo Luigi Torchio parso nella "Guida" del venerdi' 25 giugno 2010

"Sul settimanale "La Guida" c'era il mio nome fra i vincitori del Premio "To' Almanach". Non credevo ai miei occhi tanto ero stupita. Al 3 dicembre ci premieranno. Sarà l'occasione della Fiera fredda. Non so se osero' andare, ma se ci penso, si', andro', hanno mica premiato le belle.... Altrimenti non ci sarei stata fra le premiate. (14.10.89)

Album di famiglia

La madre, Rosanna e Margherita

Rosanna e Marilena

 

 

Marilena, Daniela Rosanna

 

Marilena e Daniela

Marilena e Rosanna

Manoël, Rosanna, Gilbert, Marilena, Annie

Fabien, Rosanna, Margherita, e nipoti della "Signora"

Foto di sinistra Margherita e la Signora Alda a "Dramunt"

Giovanni, Margherita, Signora Alda, Augusto

Tutta la tribu' a Porcili